Palumbo:
«Giro il mondo ma ho la Fenice nel cuore»
Il direttore d’orchestra veneto: alla musica una parte del Pil
Nato a Montebelluna nel 1963, è tra i direttori d’orchestra più apprezzati sulla scena internazionale. Ex bambino prodigio, a soli sedici anni ha diretto la «Theresienmesse » di Haydn. Ospite dei più importanti teatri mondiali, ha lavorato in Germania come Generalmusikdirektor alla Deutsche Oper di Berlino.
Occhio sornione e profondo, un gesto direttoriale che non lascia spazio a dubbi. Renato Palumbo a quarantacinque anni è già tra i grandi direttori d’orchestra a livello internazionale. Fin da piccolo appassionato di voci, ha sempre respirato il teatro in tutti i suoi aspetti, studiando anche direzione di coro, canto, composizione e pianoforte. Porta nel mondo preparazione, entusiasmo e un senso dell’ironia tutto veneto – rimarchiamo con orgoglio che la sua città è Montebelluna – che quando può riporta a casa. Alla Fenice ha stregato tutti con un Nabucco da pittore impressionista, curando le singole pennellate coloristiche. Tutto rigorosamente a memoria.
L’ha fatto per una predilezione per Verdi o dirige sempre tutto a memoria?
«Lo faccio da due o tre anni per qualsiasi tipo di repertorio, naturalmente in teatri che ti permettano di avere un certo numero di prove a disposizione. Ormai credo di aver raggiunto una maturità professionale e questo è il modo migliore per entrare appieno nelle opere, cesellando ogni minimo dettaglio».
C’è un’opera o un autore in particolare che la appassiona e non ha ancora diretto?
«Ad essere sincero no. Sono troppo vaccinato ormai per avere forte passione per qualcosa in particolare. Mi impegno per fare tutto al meglio».
Si ispira a qualche “modello” passato o presente?
«Di modelli oggi ce ne sono pochi. Muti e Abbado sono i due nomi cardine, almeno in Italia. Senz’altro diversi, il primo lo apprezzo per la capacità di vivificare la musica, il secondo per la completezza, la cultura mitteleuropea e la vastità di repertorio (ha diretto tutto da Beethoven in poi). Anche se son convinto che per raggiungere livelli molto alti ci si debba limitare. Per il passato amo Carlos Kleiber, anche se quand’ero piccolo il mio mito assoluto era Karajan.Mi rendo conto che ha aveva un repertorio enorme, troppo vasto, ha inciso tutto. La sua fortuna è stata la collocazione temporale, a cavallo di un’epoca tecnologica che ha visto nascere i CD. Oltretutto nel più bel periodo dei Berliner Philarmoniker. Oggi ahimè il mercato discografico è morto».
A proposito di orchestre, alla Fenice durante le prove di «Nabucco» un musicista si è alzato dicendo: «Maestro, ci ha riportato la gioia di suonare».
«Lavorare con un’orchestra è come avere un pianoforte, e quello della Fenice è tra i migliori come qualità e voglia di lavorare. Bisogna sapersi rapportare con i musicisti, coinvolgerli, motivarli ».
Non avrà mica un rapporto preferenziale con il teatro veneziano? Ci sono progetti?
«Sia come veneto che come musicista la Fenice mi è nel cuore, per me sarà sempre tra le priorità. È presto per parlare di progetti, intanto ho parecchi impegni, a Bilbao con i Due Foscari, alla W i e n e r Staatsoper con Don Carlo, prossimamente alla Chicago Lyric Opera, che reputo il teatro americano più interessante e avulso da certi meccanismi».
Lei ha lavorato molto all’estero, in Germania è stato Generalmusikdirektor alla Deutsche Oper Berlin. Come vede la situazione italiana? Le fondazioni liriche?
«Prima di tutto va risolto il problema dei contratti di lavoro, applicabili a tutti i teatri nazionali, con le relative indennità ad hoc. Secondo me poi bisognerebbe puntare su un federalismo culturale, oltre che fiscale. Dovremmo smetterla con i teatri di serie A e B, in competizione tra loro. Il divario artistico non c’è, è la gestione del teatro che ne dà la qualità, non l’ubicazione. Riguardo alle fondazioni, hanno solo cambiato il nome rispetto agli “enti”, lo stato continua ad esserci. L’Italia dovrebbe inserire la cultura in una piccola voce del Pil, non del Fus. Se l’economia va bene, funziona anche la cultura».
E i tagli?
«A mio avviso sono solo un modo per far paura. È chiaro che la cultura va presa come bene primario».
Più che con un direttore d’orchestra sembra di parlare con un politologo.
«Gli unici libri che leggo ultimamente sono saggi politici, mi piace essere informato su quello che succede. Avendo girato molto amo seguire le evoluzioni politiche dei paesi. Non puoi far bene il direttore d’orchestra se non conosciil tuo tempo, se non hai un rapporto costante con la società. Diffido da quelli che rimangono chiusi nella loro stanzetta tutta la vita a studiare musica, sono limitati. Per fare un esempio, dopo l’11 settembre il mio modo di far musica è cambiato totalmente, ho iniziato a vedere il mondo meno ottimisticamente. Del resto, la musica nasce dai problemi».Orsola Bollettini
