L’orecchio di Dioniso, january 15 2007

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Intervista a Renato Palumbo

Il maestro Renato Palumbo, è nato nel 1963 a Montebelluna ed è attualmente tra i direttori d’orchestra più apprezzati della scena internazionale. Dall’ottobre del 2006 è diventato Generalmusikdirektor della Deutsche Oper di Berlino. Ha debuttato in Italia, “partendo” proprio dalla Puglia al “Festival della Valle d’Itria” di Martina Franca nel 1998, ma, curiosamente, dirigerà a Bari per la prima volta l’Orchestra Sinfonica della Provincia di Bari, solo questa sera (Teatro Piccinni, ore 21) nell’ambito della stagione della Fondazione Petruzzelli. Il programma della serata comprende la Quinta sinfonia di Franz Schubert e la Quarta sinfonia di Johannes Brahms. Per Palumbo sono state numerose in questi anni di intensa carriera le collaborazioni con i più prestigiosi teatri del panorama mondiale. Vasto è il suo repertorio operistico e quello concertistico, che spazia da Mozart a Meyerbeer, da Rossini a Berlioz, da Brahms a Verdi e a Wagner. A soli sedici anni Palumbo ha debuttato sul podio con la Teresien-Messe di Franz Joseph Haydn. Ha poi proseguito gli studi compiendo parallelamente un’intensa attività di maestro collaboratore, suggeritore, direttore di coro, accompagnatore di cantanti. A diciannove anni dirige la sua prima opera, Il trovatore. Viene poi invitato per alcune recite a Istanbul, dove rimarrà per sei anni, come Direttore Generale dell’Opera e del Balletto. È l’inizio di una carriera internazionale, che lo porterà a dirigere negli Stati Uniti, in Europa, Asia ed Africa. Tra le cariche ricoperte da Palumbo spiccano quella di direttore principale dell’Opera di Cape Town e di direttore del Festival di Macao. Nel ‘98 dirige al Festival di Martina Franca, in forma di dittico, Il Re e il Mese Mariano di Umberto Giordano e negli anni successivi il Simon Boccanegra di Verdi, Robert le diable e Les Huguenots di Meyerbeer. Venerdì scorso ho incontrato Renato Palumbo durante la sua prima prova con la Sinfonica barese e gli ho rivolto alcune domande, alle quali il maestro ha cortesemente risposto e di questo gli sono profondamente grato. Ecco di seguito l’intervista.

Quando è nata la sua passione per la musica?

E’ stata una cosa né voluta, né cercata. E’ semplicemente arrivata. Avevo sette anni ed ero attratto dal suono dell’organo e dal fatto di vedere e sentire far musica; ho quindi iniziato a studiare il flauto e poi tutto il resto è arrivato di seguito, in modo anche abbastanza naturale.

Maestro, la direzione d’orchestra è stata per lei più una vocazione o un punto d’arrivo?

La direzione mi ha sempre interessato. Anche se è arrivata nella mia vita quasi per caso. Io lavoravo in provincia e facevo da assistente. Un impresario mi chiese se volevo dirigere. Da lì è cominciato tutto. Avevo 18 anni e da lì son partito.

Secondo lei com’è cambiato, nell’anno di grazia 2007, il rapporto tra un direttore e la sua orchestra rispetto a mezzo secolo fa, quando sul podio salivano, per esempio, maestri del calibro di Toscanini, Furtwängler e Bruno Walter?

Il rapporto è notevolmente cambiato. Non solo tra direttore e orchestra, ma direi tra direttore, orchestra e pubblico. E’ cioè cambiata l’attenzione verso la musica classica. Non so se in meglio o in peggio, però è cambiata. Oggi si richiede a chi dirige molta più professionalità d’un tempo. Non che i nomi da lei citati non fossero professionali – ci mancherebbe pure – ma tra il maestro e chi suona in orchestra c’è oggi un dialogo più tecnico e direi praticamente alla pari. E’ finita cioè l’era del direttore-dittatore che tutto sapeva e tutto decideva. E dunque si è instaurata una maggiore complicità tra questi due elementi dell’interpretazione musicale. Complicità tesa naturalmente a servire al meglio la musica che di volta, in volta viene eseguita.

Alcuni critici musicali, anche illustri, in questi anni hanno apprezzato le sue interpretazioni di opere liriche. Vale ancora oggi la distinzione d’un tempo tra direttori d’opera e direttori sinfonici o da concerto?

No guardi, oggi non è più così. Certo, saper dirigere bene un’opera è fondamentale per la preparazione di un buon direttore. Ho fatto negli anni passati molta esperienza in questo campo. D’altro canto, in conservatorio oggi si richiede una preparazione soprattutto sinfonica e per questo motivo durante i miei studi ho dovuto approfondire entrambe le cose. L’approccio più moderno di un direttore con l’opera deve sicuramente partire dalla sua capacità di saperla gestire e trattare in modo sinfonico.

Talora anche a discapito delle voci in palcoscenico…

Be’, questa è anche un’esigenza corrente dovuta al fatto che grandissime vocalità, tranne rare eccezioni, non ce ne sono più. Bisogna quindi saper gestire gli equilibri sonori e valorizzare la musica prima di tutto.

Da pochi mesi lei è diventato Generalmusikdirektor della Deutsche Oper di Berlino. Un incarico prestigioso ma anche di grossa responsabilità. Quali saranno le sue linee-guida in questo importante teatro?

Guardi, quando si entra in un teatro così grande, non si può avere la velleità di lasciare un’impronta personale. La cosa fondamentale invece è soprattutto quella di valorizzare la qualità del cosiddetto repertorio giornaliero, oltre ad avere degli appuntamenti fissi con delle prime ogni anno di un’opera italiana e una tedesca. Un lavoro di notevole dispendio di energie, ma anche di particolare attenzione, con un’orchestra prestigiosa che ha sempre la consapevolezza di lavorare quotidianamente per la messinscena di una recita ogni giorno diversa.

Non c’è il rischio di una certa routine?

Sì, questo può purtroppo accadere. Io per evitarlo, appena arrivato a Berlino ho subito imposto due assiemi prima di ogni opera (considerando che si va a gruppi di tre, quattro recite per titolo). Il direttore d’orchestra che arriva ha così la possibilità di avere davanti a sè almeno sei, sette ore di prove a spettacolo montato e può dare così al lavoro una certa sua impronta.

In Italia per combattere la crisi (quasi) irreversibile degli Enti Lirici – con i conti dei bilanci perennemente in rosso – si dovranno o no operare delle scelte radicali, tenendo presente l’esempio mitteleuropeo e tedesco dei teatri di repertorio?

L’ideale sarebbe una via di mezzo. In Italia si prova tanto, troppo per una stagione al massimo di una decina di opere. Spesso si arriva a provare addirittura per un mese l’allestimento di una sola opera. Chiaramente i costi sono in questo modo elevatissimi. Una riflessione andrebbe fatta a tale proposito: varrà poi la pena alla fine provare così tanto o sarebbe invece sufficiente un numero inferiore di prove, ma fatte più seriamente e meglio? Quest’ultima opzione, a mio avviso, porterebbe effetti benefici, per esempio, soprattutto per quanto riguarda il sensibile abbassamento dei costi, ma anche per un taglio considerevole del prezzo dei biglietti che risultano sempre più proibitivi per le tasche dei giovani.

A proposito di giovani: i “catastrofisti” ritengono che tra venti, trent’anni il teatro d’opera terminerà inesorabilmente il suo corso per mancanza di pubblico. Qual è il suo pensiero?

La risposta, almeno sulla carta, è semplice: evitiamo che i nostri teatri diventino dei santuari aperti per pochi mesi l’anno e facciamoli vivere di più, aumentando le recite e rendendo più appetibili gli spettacoli, anche dal punto di vista del prezzo dei biglietti. Vedrete che i giovani verranno più spesso a seguire l’opera. A me personalmente è capitato di vederne tanti, tantissimi affascinati da questo mondo. L’opera per interessare i giovani, deve oltretutto essere fatta pensando (anche) a loro. Non dico che il teatro scellerato o di protesta abbia un senso, ma occorrerebbe che le regie si avvicinassero almeno un po’ di più ai gusti della gioventù di oggi. Se invece si resta fermi al teatro nella sua dimensione più statica e museale il rischio che si chiuda e si vada tutti a casa è certo molto alto.

di Alessandro Romanelli

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