Press Reviews 2006

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G.Rossini BIANCA E FALLIERO
CD Dynamic/Rossini Opera Festival

Questa edizione è dominata dalla bacchetta di Renato Palumbo e dal Falliero della Barcellona. Palumbo comprova il dominio completo dell’orchestra e del palcoscenico e l’abilità di narrare la vicenda con impeto, persino, trasporto, senza mai perdere di vista l’eleganza di una scrittura raffinata. È un Rossini robusto e vigoroso che procede con spedita alacrità e nel finale del I atto trova accenti grandiosi.
Giancarlo Landini, L’Opera, june 2006

G.Rossini LA CENERENTOLA, Genova, Teatro Carlo Felice
may 2006

Il clima è estivo, ma il mare è Ligure e non Adriatico, invece della Palla di Pomodoro abbiamo la Lanterna: non siamo a Pesaro, bensì a Genova, per trovare una delle più belle produzioni rossiniane degli ultimi anni, una Cenerentola dall’incanto raro e prezioso. Artefice primo ne è stato Renato Palumbo, che, a una settimana dall’ultima replica del Trovatore a Parma, conferma una duttilità, una statura tecnica e interpretativa che non possono essere imbrigliati nelle definizioni di repertorio. La sua forte impronta personale, anzi, fa proprio il linguaggio rossiniano traducendolo in una lettura stilisticamente impeccabile quanto nuova e inconfondibile. Il suo Rossini marca mirabilmente il sottilissimo confine fra classico e romantico, il crepuscolo soffuso dell’opera buffa con vivacità e nitore d’accenti, una brillantezza che non va mai a scapito dell’equilibrio, della finezza di scrittura, di quella tinta acquarello che ammanta la fiaba di Cenerentola. L’utilizzo di ottoni a canneggio corto di modello primottocentesco, per esempio, conferisce all’impasto strumentale proprio quel colore unico, quella dolce morbidezza nella quale gli equilibri timbrici, i dettagli strumentali sono valorizzati come dettagli d’una preziosa filigrana, senza che nessuna sezione prevalga e turbi l’equilibrio. Allo stesso modo lo stacco plastico dei tempi, la sensibilità cantabile del fraseggio assecondano la divina ambiguità d’un capolavoro sospeso fra commedia e astrazione, fra antico e moderno. In questa preziosa trina musicale, resa con precisione cristallina, è un raro, sottile, piacere vedere che la concertazione non segue i cantanti, né impone loro alcunché, piuttosto realizza il perfetto equilibrio fra autorità del podio e libertà della voce in una collaborazione che ha come causa e fine la musica stessa, valore condiviso da un cast d’altissimo profilo.
Roberta Pedrotti, Gli amici della musica, june 2006

G.Verdi IL TROVATORE, Parma, Teatro Regio,  april/may 2006

Il Trovatore infiamma il Regio: Serata trionfale, ovazioni al cast. Eccellente la direzione di Palumbo
Mi è affiorato, naturalmente, durante l’ascolto di questo Trovatore, il ricordo di quel bellissimo saggio di Gavazzeni – di cui proprio quest’anno ricorre il decennale della scomparsa – che riassumeva, con l’acume e l’ampiezza di orizzonti che possedeva come pochi altri, i caratteri essenziali e inconfondibili di questo capolavoro: nonostante la sua assoluta emblematicità che sembrerebbe escludere ogni altra riflessione, diceva, lo spazio interpretativo rimane quanto mai aperto, “nell’alternarsi di inclinazioni lunari e di corrusche violenze”. Che sono appunto i termini attorno ai quali si è mossa la lettura di Renato Palumbo, termini emozionali che il suo consolidato prestigio direttoriale ha incarnato con lo stesso tracciato formale, liberando quella forza di eloquio insita nella primarietà delle strutture con una circolarità tra ragioni drammatiche e ragioni musicali che, se il raffronto non si prestasse a certi equivoci, potremmo dire mozartiana, sotterraneo omaggio dunque nell’anno del salisburghese. Per dire, in sostanza, di una linea di condotta che ha non solo sottratto questa partitura alle tante bellurie accumulate dalla consuetudine, ma ha offerto la rivelazione di quali screziature sia composta la “tinta” dell’opera, rispetto al più corrente tono corrusco, e spesso sommariamente bituminoso; e ciò senza cedimenti troppo riflessivi né abbandoni arbitrari ma attraverso un controllo che se ha reso più essenziale l’energia, ha lasciato intendere i fervori romantici che operano entro quelle fibre. Ne è stata chiara riprova la particolare coesione offerta dall’orchestra così come la sensibile ricchezza di movenza con cui ha agito il coro; e soprattutto quella continua fusione con il palcoscenico , oggi sempre più rara anche da parte di direttori che sanno il fatto loro.
Gian Paolo Minardi, La gazzetta di Parma april 29  2006

Questo è il Verdi che amiamo
… anche la direzione di Palumbo è da lode […] “la sua direzione brilla su tutto […] sa tenere bene orchestra e palcoscenico. È il suo successo personale”.
Francesca Benazzi, La gazzetta di Parma april 29 2006

Del migliore dei mondi possibile parlava, seriamente, Leibniz, meno seriamente Voltaire faceva discettare Pangloss del meilleur des mondes possibles. Noi potremmo oggi parlare del migliore dei Trovatori possibili, se l’affermazione non risultasse pericolosamente in bilico fra il fiducioso ottimismo del filosofo delle monadi e il distacco critico di monsieur Arouet; non amiamo poi, in sede di recensione, il gioco dei confronti, come non amiamo il puntiglio di Beckmesser. Eppure, possiamo dirlo, da molti anni non si sentiva un Trovatore di questo livello, né a Parma un tal successo di pubblico per un’opera tanto amata e delicata. Invece, e torniamo a citare Leibniz, il Verdi festival 2006 non poteva avere migliore inaugurazione. Già lo scorso anno, a Torino, abbiamo avuto modo di esaltare la concertazione di Renato Palumbo, e non vorremmo ripeterci, se non ci trovassimo di fronte alla più bella bacchetta italiana apparsa negli ultimi anni, d’un talento e d’una sensibilità che trovano piena esaltazione nell’affinità elettiva con questa partitura, con la quale debuttò appena diciannovenne. Partendo da una concezione cameristica dell’orchestrazione, da un tratto belcantista preromantico, rende il fuoco del Trovatore ancor più vivo e pulsante, senza vacui impeti garibaldini, perché anche nell’esplosione drammatica il suono che riempie il teatro è bello e levigato come quello che accarezza il canto e gli si unisce nei momenti di abbandono lirico. Orchestra e voci cantano insieme, ma non v’è in questo compiacimento alcuno, bensì l’intima penetrazione del linguaggio specifico di questo Verdi, della sua attenzione alla parola nel contesto d’un formalismo rigoroso, dalla seducente patina arcaica, ma in realtà drammaticamente modernissimo. Tutti i dettagli della partitura sono rispettati ed esaltati in un discorso unitario che riesce a essere libero, fantasioso, teatrale, confermando la padronanza assoluta di buca e palcoscenico, l’abilità e la sensibilità per colori, accenti, dinamiche di un concertatore di primissimo piano nel panorama attuale e futuro. Non poteva trovare guida più sicura e attenta il debutto di Marcelo Alvarez […]l’orchestra traduce fedelmente il gesto di Palumbo in suono nitido, cesellato nei dettagli, perfettamente omogeneo, lunare e incandescente. […]Tutto funziona alla perfezione e il Regio festeggia come non vedevamo da anni. Giustamente, perché un Trovatore così non lo si vedeva da anni.
Roberta Pedrotti Gli amici della musica may 2006

G.Verdi RIGOLETTO, Paris, Opéra Bastille, Paris, february 2006

Le chef Renato Palumbo a donné une magistrale leçon de direction pour cette reprise de la production de Jérôme Savary de Rigoletto. Des débuts parisiens qui marqueront les mémoires et les musiciens de l’orchestre, à une époque où les grands chefs verdiens sont devenus une denrée rare.
[…] En invitant à Paris Renato Palumbo il [Gérard Mortier] nous a révélé un chef verdien de tout premier ordre. Il est bien rare d’entendre une partition aussi délicate que celle de Rigoletto menée avec pareille intelligence et un sens aussi aigu de la place de cette musique dans l’œuvre du compositeur. Avec Rigoletto, Verdi n’a pas encore totalement oublié le bel canto pur, mais il s’est déjà bien engagé sur d’autres chemins, ceux d’un réalisme et d’une théâtralité qui marqueront de plus en plus ses partitions ultérieures.
Il faut donc savoir en permanence jongler avec plusieurs styles, passer des langueurs ornées d’un romantisme un peu évanescent aux élans et aux fureurs de passions exprimées de manières beaucoup plus directes. Il faut aussi trouver les couleurs qui mettent le mieux en valeur chaque état d’âme et laisser rêver l’orchestre au bon moment pour le lancer au galop quelques mesures plus loin. Tout cela, Renato Palumbo le maîtrise avec une sûreté confondante, tenant vraiment toute la représentation au bout de sa baguette et recueillant à la fin, non seulement l’ovation de la salle, mais les applaudissements de tout l’orchestre lui-même !
[…] Le spectacle fonctionne, comme toujours à l’opéra quand le chef, pierre angulaire de l’édifice musical, a la présence, l’autorité, la technique et l’inspiration adéquats.
Gérard Mannoni, Altamusica.com

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